Veneto, l’incredibile labirinto di roccia a quota 2000 tra i canyon più segreti delle Dolomiti

A quasi 2.000 metri di quota, un percorso per escursionisti esperti si infila tra enormi blocchi, strettoie e fenditure dove la montagna sembra chiudersi intorno al sentiero.
Fabio Belmonte  | 04 Ott 2026

Ci sono escursioni che si misurano in chilometri e dislivello, e altre che si misurano in scelte, sangue freddo e capacità di leggere la montagna. I Labirinti della Moiazza, nel cuore delle Dolomiti bellunesi, appartengono senza dubbio alla seconda categoria. Qui l’itinerario, un anello di circa 11 chilometri con 601 metri di dislivello, abbandona il concetto classico di sentiero per infilarsi fra enormi blocchi dolomitici, fessure strette e passaggi sopra i 2.000 metri.

È un percorso pensato per escursionisti davvero esperti, abituati al terreno tecnico e all’orientamento in ambienti complessi, dove gli ometti di pietra contano più della vernice bianco-rossa. Non basta una traccia GPS scaricata al volo: serve preparazione, capacità di valutare meteo e condizioni del terreno, oltre alla consapevolezza che alcuni tratti – come la famosa strettoia di circa 30 centimetri – possono trasformare la giornata in un’esperienza molto più impegnativa del previsto.

Trekking ad anello – I Labirinti della Moiazza

Mappa

Scheda tecnica

  • Punto di partenza: zona di Chiesa, nei pressi del Rifugio San Sebastiano (Veneto)
  • Punto di arrivo: zona di Chiesa, nei pressi del Rifugio San Sebastiano (Veneto)
  • Lunghezza: circa 11 km
  • Durata: circa 6 ore e 48 minuti
  • Difficoltà: molto difficile, per escursionisti esperti
  • Dislivello: circa 601 metri

Dove si trovano i Labirinti della Moiazza e cosa aspettarsi dal giro ad anello

I Labirinti della Moiazza si trovano nel gruppo della Moiazza, nel Bellunese, all’interno del paesaggio iconico delle Dolomiti venete. L’itinerario di riferimento è un anello di circa 11 chilometri con 601 metri di dislivello positivo e altrettanti in discesa, che parte e arriva nella stessa zona, transitando in prossimità del Rifugio San Sebastiano. La quota oscilla dai circa 1.550 metri fino a una massima di 2.048 metri, con continui saliscendi che spezzano il ritmo e richiedono attenzione.

Il tempo totale registrato, inclusa una sosta ampia, sfiora le 6 ore e 48 minuti, mentre il movimento effettivo è di circa 4 ore e 30 minuti. Numeri che, letti da soli, potrebbero far pensare a un trekking dolomitico “gestibile”. In realtà l’impegno reale non si legge dalla distanza, ma dalla natura del terreno: blocchi rocciosi, pietraie, fessure e micro-passaggi dove la progressione rallenta inevitabilmente.

Nel tratto dei Labirinti, l’orientamento non segue la logica del classico sentiero segnato. La traccia si affida soprattutto a ometti di pietra e a un’interpretazione continua del terreno. Nebbia, nubi basse o un semplice errore di lettura possono trasformare una giornata pianificata in un rientro complicato. È per questo che l’itinerario viene classificato come molto difficile e indicato espressamente per escursionisti esperti, capaci di gestire decisioni rapide in un ambiente roccioso e complesso.

Dentro i Labirinti: fessure di 30 cm, terreno tecnico e passaggi chiave

 

Il cuore dell’itinerario è la sezione dei Labirinti, dove si abbandona il sentiero più logico per infilarsi letteralmente tra enormi blocchi dolomitici. Qui non si cammina davanti alla montagna, ma dentro le sue fratture. Il passaggio simbolo è una strettoia di circa 30 centimetri all’altezza del busto, leggermente più ampia verso il basso: chi ha corporatura robusta o indossa uno zaino voluminoso rischia di non passare o di doverlo togliere e manovrare con attenzione.

Questo dettaglio non è un vezzo per appassionati di racconti estremi: va conosciuto prima di partire, per capire se il percorso è davvero compatibile con il proprio fisico e la propria attrezzatura. Il labirinto non è un unico corridoio: si procede fra pertugi, canalini e salti rocciosi, cercando la continuità di una traccia che da lontano sembra quasi non esistere.

La descrizione segnala tre passaggi chiave. Oltre alla strettoia, c’è un settore generalmente umido dove può rimanere neve d’accumulo anche in piena estate, con tutte le conseguenze in termini di scivolosità. Un terzo punto comprende una breve parete che richiede agilità su terreno roccioso e piede fermo. Viene citato anche un vecchio larice usato come appoggio, da considerare però un elemento naturale, non un ancoraggio affidabile. È la combinazione tra spazio ridotto, orientamento fine e terreno tecnico a giustificare la valutazione “solo per esperti”.

Microclima, neve residua e plateau alla base del Vant della Moiazza

 

I Labirinti della Moiazza creano un vero microambiente differente dai versanti aperti. Fra blocchi ravvicinati e pareti che lasciano filtrare poco sole, umidità e neve residua possono persistere a lungo, anche quando il resto del versante è ormai asciutto. La traccia documentata nel luglio 2020 segnala proprio la presenza abituale di neve in uno dei passaggi, a dimostrazione di quanto questi recessi possano trattenere il freddo.

Questo rende essenziale verificare le condizioni aggiornate prima dell’uscita. Una fessura asciutta per un escursionista esperto può essere relativamente semplice; la stessa con neve dura o ghiaccio cambia immediatamente livello di rischio. Nelle Dolomiti, inoltre, temporali pomeridiani, nebbia e cali di temperatura arrivano spesso rapidi: in un percorso dove ci si affida a ometti e passaggi obbligati, il meteo pesa quanto la tecnica.

Superati i tratti più intricati, l’itinerario sbuca su un ambiente più aperto, un plateau alla base del Vant della Moiazza. Dopo aver camminato in strettoie e corridoi angusti, il colpo d’occhio si allarga di colpo, restituendo le proporzioni del gruppo montuoso. È un passaggio che invita a fermarsi, ma anche a ricordare che questi ambienti d’alta quota sono fragili: suoli sottili e vegetazione faticano a recuperare dal calpestio fuori traccia, motivo per cui è fondamentale seguire la linea già segnata e non improvvisare scorciatoie.

Come preparare l’escursione: equipaggiamento, sicurezza e valutazioni indispensabili

Affrontare i Labirinti della Moiazza significa pianificare il giro come una escursione alpina impegnativa, non come una passeggiata panoramica dolomitica. Serve un equipaggiamento adeguato: scarponi con buona tenuta su roccia e terreno umido, abbigliamento a strati, casco consigliabile nei tratti tra blocchi, lampada frontale nello zaino per imprevisti e una riserva d’acqua superiore al minimo, perché l’itinerario non offre sorgenti affidabili nella zona più alta.

Sul piano tecnico, è fondamentale avere buone capacità di orientamento, saper leggere il terreno e usare con criterio traccia GPS e cartografia, senza delegare ogni scelta allo schermo. Il tempo medio registrato – quasi sette ore comprese le soste – ricorda che la velocità conta meno della lucidità con cui si affrontano i singoli passaggi. Entrare nel settore dei Labirinti troppo tardi significa ridurre drasticamente il margine per affrontare un rallentamento o tornare indietro.

Prima di partire, verifica sempre stato dei sentieri, eventuali modifiche del tracciato, apertura del Rifugio San Sebastiano e bollettino meteo. Non interpretare il termine “canyon” come sinonimo di canyoning: qui parliamo di un itinerario escursionistico molto difficile, senza attrezzature fisse pensate per la progressione in acqua. È un luogo che può regalare un’esperienza unica a chi ha esperienza, preparazione e capacità di dire “oggi no” se le condizioni non sono all’altezza.

Fabio Belmonte
Fabio Belmonte

Scrittore e redattore web, coltivo una forte passione per il trekking, la natura e la scoperta del territorio. Mi occupo di contenuti digitali e racconto itinerari, luoghi ed esperienze outdoor con uno stile chiaro e accessibile, cercando di trasmettere il piacere del cammino e della scoperta.

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