
Il ponte tibetano di Malunga è un classico esempio di quanto sia importante fare di una necessità una virtù. Quella che al giorno d’oggi è una delle maggiori attrattive per gli amanti della montagna in tutto il Nordest, infatti è nata a causa di una frana che – nel 2008 – ha messo fuori uso un tratto della Strada del Re, il percorso storico che collega Pian delle Fugazze al Passo Campogrosso. Per chi non lo sapesse siamo in Veneto e, per la precisione, proprio dove la provincia di Vicenza tocca quella di Trento. Il comune è quello di Valli del Pasubio, nel cuore delle Piccole Dolomiti tra il gruppo del Carega e la catena del Sengio Alto. In passato questa zona era celebre per essere il confine tra il Regno d’Italia e l’Impero austro-ungarico, territorio poi segnato dalle due grandi guerre novecentesche. Ma torniamo al nostro ponte tibetano di Malunga.
La frana del 2008 costringeva escursionisti e abitanti del luogo a fare dei giri molto più lunghi visto che, di fatto, interrompeva il collegamento tra i due versanti. La soluzione più semplice naturalmente sarebbe stata quella di ricostruire la strada, ma questo non metteva al riparo da altri possibili smottamenti. Allora ecco l’idea geniale: fare un ponte tibetano che è stato inaugurato nel 2016, venendo ribattezzato anche ponte AVIS in onore dell’associazione dei donatori di sangue. Entrando più nel dettaglio del ponte, la struttura è interamente in acciaio, lunga oltre 100 metri e sospesa a circa 30 metri di altezza. Per limitare le oscillazioni poi è dotata di corde antivento. Quando l’ho fatto la sensazione è stata indescrivibile, come se stessi camminando nel vuoto. Questo giro ad anello così è perfetto per scoprire il ponte tibetano di Malunga, un percorso adatto a tutti dove comunque è importante avere delle calzature adatte ai piedi.
Il giro ad anello del ponte tibetano di Malunga parte dal Passo Campogrosso a 1448 metri di quota. Ci si arriva tramite con l’auto sia da Vicenza sia da Schio, ma in questo secondo caso la strada nell’ultimo tratto è stretta e ripida. Da Trento invece occorre andare verso Rovereto e poi verso Vallarsa, risalendo poi fino al Pian delle Fugazze. Al Passo Campogrosso ho utilizzato il parcheggio vicino all’omonimo rifugio pagando un ticket giornaliero di 5 euro.
Zaino in spalla l’inizio del percorso è prima pianeggiante e poi in discesa, tramite una strada asfaltata chiusa al traffico che si immerge nel bosco. Dopo poco più di due chilometri ecco che si arriva al ponte tibetano di Malunga, l’autentica attrazione di questo giro. Ho percorso il ponte lentamente mentre ondeggiava leggermente, godendomi il panorama del bosco e delle vicine pareti rocciose. Ammetto che l’emozione è stata forte. Occorre sottolineare che per ragioni di sicurezza il ponte è chiuso nelle giornate di pioggia, vento forte e neve. Al tempo stesso sconsiglio quest’esperienza a chi soffre di vertigini.
Attraversato il ponte tibetano di Malunga, il sentiero continua in discesa ancora per diversi chilometri. Superata la metà del percorso ecco che si incontra il Sentiero del Nonno Fò, caratterizzato da magiche sculture in legno nascoste nel bosco realizzate da Enzo Mazzucchi. Una gioia soprattutto per i più piccoli.
Superato il sentiero delle sculture di legno, ecco che la strada ora inizia a farsi in salita: lo strappo è abbastanza breve – poco più di un chilometro -, ma le pendenze in alcuni tratti toccano anche il 20%. Quando si arriva alla Malga Boffental vuol dire che il tratto più difficile è terminato. La malga è perfetta per riposarsi e assaporare alcune delle specialità enogastronomiche locali, prima di rimettersi in cammino e di coprire gli ultimi due chilometri in falsopiano che portano al punto di partenza.

Giornalista pubblicista laureato al D.A.M.S., ama da sempre la montagna e la natura, ma non chiedetegli di prendere una funivia...
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