
L’anello verso il Rifugio Arbolle è uno di quei giri che, una volta fatti, ti restano addosso a lungo. È un itinerario di alta montagna completo, che da Pila porta a scoprire laghi glaciali, alpeggi ancora vivi e creste panoramiche con viste che spaziano dal Cervino al Monte Bianco. Non è una passeggiata: qui parliamo di oltre 900 metri di dislivello, terreno spesso sassoso e un tratto attrezzato che chiede passo fermo e testa lucida.
Ogni volta che ci torno ho la sensazione di entrare davvero nel cuore della Valle d’Aosta, tra rocce, pascoli e vecchie baite che raccontano una montagna ancora autentica. Il bello di questo anello è la varietà continua: non ci sono tratti monotoni, solo una progressione di ambienti che cambiano a ogni curva, fino al silenzio severo ma affascinante della conca dell’Arbolle.
Il punto di partenza dell’itinerario è Pila, sopra Aosta, facilmente raggiungibile con la cabinovia o in auto. Si parte nei pressi degli impianti di risalita, dove un ampio parcheggio rende semplice l’organizzazione della giornata. Fin dai primi metri il sentiero prende quota deciso, infilando gli antichi alpeggi sopra il comprensorio sciistico: il dislivello positivo è di circa 940 metri, per un anello di circa 13 chilometri che richiede mediamente oltre sei ore di cammino effettivo.
La difficoltà è classificata come impegnativa, e sul terreno la definizione è più che meritata. Il tracciato alterna mulattiere, sentieri alpini e tratti su fondo friabile, con un segmento tecnico attrezzato con corde dove è fondamentale procedere concentrati e con buona esperienza escursionistica. Personalmente considero questo giro adatto solo a chi è abituato a quote elevate, cambi di ritmo e gestione di passaggi esposti, soprattutto in condizioni di terreno umido o dopo piogge recenti.
Salendo da Pila, il primo premio arriva presto: i prati d’alpeggio si aprono e la vista sul Cervino e sulle Alpi Pennine si fa subito ampia, con il profilo del Gran Combin e la zona del Gran San Bernardo spesso ben visibili nelle giornate terse. A colpire è il contrasto tra la presenza degli impianti alle spalle e la rapidità con cui ci si ritrova immersi in un paesaggio di baite in pietra, vecchi muretti e pascoli ancora utilizzati in estate.
Uno dei passaggi che apprezzo di più è l’Alpe Chamolé, dove una sorgente di acqua potabile permette di rifornire comodamente le borracce: un dettaglio non banale in un itinerario lungo e soleggiato. Poco più su si raggiunge il Lago Chamolé, disteso in una conca glaciale a oltre 2.300 metri. Qui la montagna cambia tono: le erbe alte lasciano spazio a sassi, licheni e ai primi nevai tardivi, mentre l’acqua del lago riflette le cime valdostane, regalando uno dei panorami più fotogenici del trekking.
Dal Lago Chamolé in avanti l’escursione mostra il suo volto più alpino. La traccia prende decisamente quota su pendii ripidi, il sentiero si stringe e compaiono i tratti attrezzati con corde, pensati per aiutare nei passaggi più delicati. Non è una via ferrata, ma in caso di roccia bagnata o terreno smosso, l’esposizione si sente e il passo deve rimanere sempre sicuro. In questo segmento preferisco procedere con calma, tenendo distanze ampie tra gli escursionisti e verificando bene gli appoggi prima di avanzare.
Superato il tratto tecnico, il paesaggio si apre e finalmente compare il Rifugio Arbolle, adagiato nella conca omonima tra piccoli laghi e pareti rocciose. Con i suoi numerosi posti letto, il rifugio è un punto d’appoggio strategico per chi sogna il Monte Emilius o vuole spezzare il giro in due giorni. Fermarsi sulla terrazza con una zuppa calda o una fetta di torta è quasi un rito: il silenzio dell’alta quota, interrotto solo dai campanacci e dal vento, ripaga ampiamente la fatica della salita.
Dal rifugio l’anello prosegue verso il Bacino Comboé e quindi sale al Plan Fenêtre Pass, un valico che considero tra i più spettacolari dell’area. La lunga cresta erbosa che ne segue permette di camminare sospesi tra vallate diverse, con una successione continua di vette sullo sfondo. Nelle giornate limpide, voltandosi indietro, si riconoscono i punti chiave dell’itinerario: il Lago Chamolé, la conca dell’Arbolle, le dorsali che chiudono l’orizzonte.
La discesa verso Pila alterna prati d’altitudine, pietraie e sentieri più scorrevoli, ma non va sottovalutata: dopo molte ore di cammino, il dislivello in perdita mette alla prova ginocchia e concentrazione. Personalmente consiglio di affrontare l’anello solo con meteo stabile, partendo presto al mattino, portando con sé casco se non si è abituati ai tratti attrezzati, bastoncini telescopici e abbigliamento per l’alta quota. È un trekking che chiede rispetto ma restituisce, in cambio, una delle giornate più complete che si possano vivere in Valle d’Aosta.

Scrittore e redattore web, coltivo una forte passione per il trekking, la natura e la scoperta del territorio. Mi occupo di contenuti digitali e racconto itinerari, luoghi ed esperienze outdoor con uno stile chiaro e accessibile, cercando di trasmettere il piacere del cammino e della scoperta.
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