
Ogni volta che torno in Val Ferret, l’anello del Rifugio Bonatti da Lavachey mi ricorda perché amo camminare in montagna a fine estate. I prati perdono il verde saturo di agosto, i larici iniziano a velarsi di giallo e l’aria si fa più sottile e trasparente: è il momento ideale per un’escursione che alterna boschi di conifere, alpeggi e viste spettacolari sul massiccio del Monte Bianco.
Il percorso ad anello misura poco più di sei chilometri e mezzo, con circa 400 metri di dislivello: numeri contenuti, ma sufficienti per regalare una vera giornata d’alta quota. Camminando verso il Rifugio Walter Bonatti, appoggiato su un balcone naturale sopra la valle, si attraversa una montagna viva, utilizzata da generazioni di pastori e oggi frequentata da escursionisti da tutta Europa, attratti dallo straordinario contrasto tra i larici e le grandi pareti glaciali di fronte.
La base di partenza per l’anello del Rifugio Bonatti è Lavachey, nella parte alta della Val Ferret, sopra Courmayeur. Ci si arriva risalendo in auto o con i mezzi la strada che corre verso il massiccio del Monte Bianco, ma la viabilità può cambiare in base alla stagione, ai weekend affollati o a eventuali chiusure. Prima di ogni uscita controllo sempre sul sito del Comune o presso gli uffici turistici se sono previste navette, parcheggi obbligatori o limitazioni al traffico.
L’itinerario ad anello misura circa 6,62 chilometri, con un dislivello positivo attorno ai 400 metri e un tempo indicativo di percorrenza di 2 ore e 43 minuti. Nella pratica, tra foto, soste panoramiche e una pausa al rifugio finisco spesso per allungare tranquillamente la giornata. In montagna sei chilometri non sono mai una semplice passeggiata urbana: la quota, il terreno e il meteo possono cambiare rapidamente le sensazioni e la fatica, soprattutto quando ci si avvicina ai 2.000 metri.
Dal fondovalle di Lavachey il sentiero prende quota quasi subito, lasciando alle spalle i prati più pianeggianti e addentrandosi nel bosco. Dopo poche centinaia di metri l’acqua diventa compagna di cammino: torrenti laterali e una cascata segnalata intorno ai 600 metri di percorso offrono i primi punti in cui mi fermo spesso a regolare lo zaino e a prendere fiato, godendomi il rumore dell’acqua che copre ogni altro suono.
Il dislivello non è proibitivo, ma è concentrato in uno sviluppo relativamente breve, motivo per cui il percorso viene classificato di difficoltà media. La traccia segue un alternarsi di larici e altre conifere, con tratti più aperti che via via svelano la catena del Monte Bianco di fronte. In presenza di pioggia recente il terreno può diventare scivoloso, e nelle mezze stagioni non è raro trovare chiazze di ghiaccio in ombra: per esperienza non partirei mai senza scarponcini con buona suola, bastoncini telescopici e abbigliamento a strati.
Circa 2,8 chilometri dopo la partenza, il sentiero si addolcisce e compare il Rifugio Walter Bonatti, intorno ai 2.025 metri di quota. Ogni volta che arrivo qui ho la sensazione di affacciarmi su un teatro naturale: di fronte, ghiacciai e vette del Monte Bianco; alle spalle, i boschi che ho appena attraversato. Il rifugio, inaugurato nel 1988, è dedicato a uno dei grandi protagonisti dell’alpinismo italiano del Novecento e rappresenta oggi una tappa importante anche per chi percorre itinerari internazionali attorno al massiccio.
Nella seconda parte dell’anello il paesaggio cambia ancora: si passa accanto alle rovine dell’Alpe Giué Desot, verso metà percorso, testimonianza dell’uso pastorale di questi prati. Camminare tra alpeggi, larici e pareti rocciose aiuta a ricordare che la montagna non è solo scenario, ma anche luogo di lavoro. In autunno, quando il foliage dei larici esplode nei toni dorati, il contrasto con le rocce e i ghiacciai rende il rientro verso il fondovalle uno dei tratti più fotogenici di tutta la Val Ferret.
Per questo anello del Rifugio Bonatti considero irrinunciabili tre verifiche: meteo, stato dei sentieri e condizioni di accesso alla Val Ferret. Le previsioni vanno controllate specificamente per la montagna, anche la mattina stessa, perché sopra i 2.000 metri una perturbazione può portare neve precoce, vento forte o ghiaccio in poche ore. Dopo periodi di maltempo è utile informarsi su eventuali frane, alberi caduti o tratti chiusi.
Il rifugio ha apertura stagionale: soprattutto a fine estate e in autunno non dò mai per scontati ristorazione e pernottamento solo perché il sentiero è percorribile. In zaino porto sempre acqua, uno strato caldo, guscio impermeabile, cappello, guanti leggeri e una lampada frontale, perché le ore di luce calano rapidamente. Il tempo ufficiale di 2 ore e 43 minuti resta un riferimento, non un obiettivo da inseguire: programmare margine abbondante permette di gustarsi i panorami sulla catena del Monte Bianco senza fretta e di chiudere l’anello a Lavachey con tutta tranquillità.

Scrittore e redattore web, coltivo una forte passione per il trekking, la natura e la scoperta del territorio. Mi occupo di contenuti digitali e racconto itinerari, luoghi ed esperienze outdoor con uno stile chiaro e accessibile, cercando di trasmettere il piacere del cammino e della scoperta.
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