
Affrontare l’anello tra il Rifugio Federico Chabod e il Rifugio Vittorio Emanuele II significa dedicarsi una giornata intera dentro il cuore più autentico del Gran Paradiso. Quando ho percorso questo itinerario, ho avuto la sensazione netta di attraversare in poche ore tutti i piani dell’ambiente alpino, dal bosco di larici fino al margine dei ghiacciai. È un percorso che parla a escursionisti già abituati alla quota, a chi cerca un trekking ad anello lungo e continuo, più che la classica escursione familiare.
In questo contesto la montagna non è solo sfondo, ma interlocutrice: meteo, condizione fisica e capacità di leggere il terreno incidono su ogni scelta, dalle pause all’andatura. Camminare tra questi due rifugi vuol dire misurarsi con dislivello, distanza e quota, ma anche imparare a rallentare, osservare la fauna del Parco Nazionale Gran Paradiso e accettare che, quassù, siamo soprattutto ospiti temporanei.
L’anello tra il Rifugio Federico Chabod e il Rifugio Vittorio Emanuele II parte dal fondovalle della Valsavarenche, una delle valli più selvagge e raccolte della Valle d’Aosta. Ogni volta che imbocco questa valle ho l’impressione che le montagne si chiudano intorno, obbligandomi quasi a guardare in alto verso il massiccio del Gran Paradiso. I parcheggi attrezzati di fondovalle sono il punto di riferimento per lasciare l’auto e iniziare a guadagnare quota lungo i sentieri segnalati del Parco Nazionale.
Il tracciato complessivo misura circa 16,8 chilometri, con un dislivello positivo intorno ai 1.050 metri e un tempo medio di marcia che supera facilmente le sette ore. Nonostante rimanga un percorso escursionistico, l’impegno è reale: non siamo di fronte a una passeggiata, ma a una traversata d’alta quota che richiede passo sicuro, abitudine a gestire la fatica e una buona autonomia. Quando l’ho affrontato, ho percepito da subito che sarebbe stata una giornata piena, da vivere con attenzione fin dai primi metri.
La prima parte dell’anello si snoda tra boschi di larici e conifere, un ambiente ombroso e quasi raccolto, dove il sentiero sale deciso ma regolare. Il profumo di resina, le radici affioranti e qualche tratto umido accompagnano i primi tornanti, ideali per scaldare il passo. Ricordo bene la sensazione di protezione data dal bosco, un filtro morbido prima di affrontare gli spazi aperti della quota superiore.
Proseguendo, la foresta si dirada e lascia spazio a pascoli e praterie alpine, con una vista sempre più ampia sulle cime della Valsavarenche. È qui che spesso compaiono i primi stambecchi e i camosci sui versanti, mentre le marmotte fischiano ai margini del sentiero. Salendo ancora, l’erba si interrompe in pietraie, morene e neve residua: il paesaggio diventa minerale e la scenografia glaciale del Gran Paradiso si svela in tutta la sua scala. In questo tratto mi sono sentito davvero sospeso tra il mondo dell’escursionismo classico e quello più severo dell’alpinismo.
Dopo circa 5,5 chilometri di salita continua si raggiunge il Rifugio Vittorio Emanuele II, a 2.732 metri di quota, nella conca del Moncorvé. La struttura moderna, con la sua forma arcuata in metallo, mi è apparsa come un’astronave poggiata tra blocchi di roccia e nevai. Questo rifugio è uno dei punti di riferimento per la via normale al Gran Paradiso e porta addosso decenni di storie alpinistiche, ma il suo accesso rimane alla portata dell’escursionista esperto.
Dal Vittorio Emanuele II parte la lunga traversata in quota verso il Rifugio Federico Chabod, che si mantiene sempre alta e panoramica. Il sentiero taglia i versanti e apre lo sguardo su ghiacciai, grandi morene e sulla parete nord del Gran Paradiso. Il Chabod, poco sopra i 2.700 metri, sorge su un terrazzo naturale frequentato da cordate dirette in vetta. Quando mi sono fermato su questa balconata, ho avuto la percezione chiara di osservare il mondo glaciale da una distanza di sicurezza, abbastanza vicino per coglierne la logica, abbastanza lontano per restare nel terreno escursionistico.
L’anello tra i due rifugi è classificato difficile per lunghezza e impegno complessivo: 16,8 chilometri, circa 1.050 metri di dislivello positivo e oltre sette ore di cammino non sono da prendere alla leggera. Non servono capacità tecniche da alpinista, ma una buona preparazione fisica, abitudine alla quota e capacità di rimanere lucidi anche nella fase finale della discesa. Io consiglio sempre di partire molto presto, così da avere margine in caso di cambi meteo o rallentamenti imprevisti.
La stagione migliore va, in genere, da fine primavera all’inizio dell’autunno, verificando però di volta in volta l’apertura dei rifugi Chabod e Vittorio Emanuele II e le condizioni di innevamento residuo. Scarponi da trekking con suola scolpita, giacca impermeabile, strati termici leggeri, guanti e cappello non dovrebbero mancare nello zaino, anche in agosto. Trattandosi di un itinerario interamente nel Parco Nazionale Gran Paradiso, restare sui sentieri segnalati, non disturbare la fauna e riportare a valle ogni rifiuto è un atto di rispetto minimo. Quando, a fine giornata, ho rivisto il bosco e il fondovalle della Valsavarenche, la stanchezza sulle gambe si è mescolata alla sensazione di aver attraversato uno dei paesaggi più emblematici dell’alta quota valdostana.

Scrittore e redattore web, coltivo una forte passione per il trekking, la natura e la scoperta del territorio. Mi occupo di contenuti digitali e racconto itinerari, luoghi ed esperienze outdoor con uno stile chiaro e accessibile, cercando di trasmettere il piacere del cammino e della scoperta.
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