
Ogni volta che torno al Passo Sella, l’anello del Rifugio Tony Demetz mi ricorda perché le Dolomiti sanno ancora mettermi in soggezione. Il tracciato è breve sulla carta, 7,12 chilometri per 520 metri di dislivello, ma fin dai primi passi sento che è un itinerario che va preso sul serio.
La salita verso la forcella del Sassolungo, con il sentiero che si fa sempre più ripido e roccioso, impone passo sicuro e concentrazione. In cambio, però, offre panorami che restano impressi: la Marmolada sullo sfondo, le guglie della Cinque Dita, l’abbraccio verticale delle pareti dolomitiche. Arrivare al rifugio incastonato tra le rocce, e poi rientrare attraversando la Città di Pietra, è un susseguirsi di ambienti diversi che, ad ogni curva, mi ricordano quanto questo itinerario sia tra i più completi e spettacolari del Sassolungo.
Quando parcheggio al Passo Sella e chiudo la portiera, so già che non sarà una semplice passeggiata. I cartelli indicano subito la direzione verso la Langkofelscharte, la forcella del Sassolungo, e il sentiero parte deciso, senza concessioni. Dopo pochi minuti ho già la sensazione di essere immerso nel cuore del gruppo, con le pareti del Sassolungo che si alzano sopra di me come una quinta teatrale.
La prima parte del percorso è un susseguirsi di tornanti e tratti ghiaiosi, con il panorama che si apre progressivamente sulla Val di Fassa, sul Gruppo del Sella e sulle cime che riconosco ormai a colpo d’occhio. Procedendo, il terreno diventa più ripido e tecnico: qui il segmento classificato come potenzialmente pericoloso si fa sentire, soprattutto in presenza di rocce umide o neve residua. In questi passaggi io rallento sempre, sistemo i bastoncini e mi concentro sulla progressione, perché l’ambiente è splendido ma non perdona la disattenzione.
L’ultimo tratto prima della forcella mi costringe spesso a brevi pause: non solo per il fiato, ma per godermi il colpo d’occhio che si allarga ad ogni metro di dislivello. Quando finalmente compare il Rifugio Tony Demetz, quasi incastrato tra le pareti del Sassolungo e della Cinque Dita, ho sempre la sensazione di arrivare in un luogo sospeso, a metà tra roccia e cielo. I 2.681 metri di quota qui si sentono tutti, nel vento che cambia e nell’aria più sottile.
Dal terrazzino del rifugio mi prendo sempre qualche minuto per orientarmi: davanti ho il Gruppo del Sella, di lato la Marmolada e, tutt’intorno, una corona di cime dolomitiche che raccontano perché questo scenario è patrimonio UNESCO. Non è solo un punto di appoggio per gli alpinisti, ma un vero osservatorio privilegiato sull’alta montagna. Sedermi a bere qualcosa, ascoltando il rumore del vento nelle forcelle, è una di quelle abitudini che ripeto ogni volta, prima di rimettere lo zaino in spalla verso il rientro.
Dal rifugio, l’anello prende un carattere completamente diverso. Inizio la discesa pensando sempre a quanto sia netto il cambio di ambiente rispetto alla salita. Le pareti verticali restano alle spalle e, metro dopo metro, il tracciato mi accompagna verso la Città di Pietra, questo immenso caos ordinato di massi nato da antiche frane del Sassolungo. Camminare tra i blocchi, alcuni alti come case, è come attraversare un quartiere di roccia modellato dal tempo.
In questa zona mi capita spesso di fermarmi per qualche scatto: un masso isolato che incornicia la Marmolada, un corridoio naturale che guida lo sguardo verso il Sasso di Rodella, una panchina posizionata a regola d’arte di fronte alla parete nord del Sassolungo. Il terreno qui è meno severo ma resta comunque da non sottovalutare, soprattutto in discesa. Io continuo a mantenere un passo controllato, alternando tratti su prati alpini a passaggi su roccia levigata, finché il sentiero riprende direzione del Passo Sella chiudendo armoniosamente l’anello.
Nonostante i suoi 7,12 chilometri possano sembrare alla portata di molti, considero sempre questo anello un itinerario per escursionisti esperti. I 520 metri di dislivello, uniti ai tratti ripidi ed esposti della salita verso la forcella, richiedono passo sicuro, allenamento e abitudine al terreno dolomitico. Personalmente affronto questo percorso solo con scarponi rigidi, bastoncini telescopici e un margine di tempo sufficiente per gestire eventuali imprevisti.
Per quanto riguarda il periodo, ho trovato le condizioni migliori tra fine giugno e inizio autunno, quando la neve è generalmente sparita e la roccia è asciutta. Evito invece le giornate con rischio temporali o nebbia fitta, perché la visibilità ridotta e la pioggia possono trasformare il tratto tecnico in un passaggio molto delicato. Prima di partire controllo sempre il bollettino meteo locale e lo stato dei sentieri. Preparare con cura questa escursione significa poter godere davvero dei panorami del Sassolungo, del rifugio incastonato nella forcella e dell’atmosfera unica della Città di Pietra, senza farsi sorprendere dall’ambiente alpino.

Scrittore e redattore web, coltivo una forte passione per il trekking, la natura e la scoperta del territorio. Mi occupo di contenuti digitali e racconto itinerari, luoghi ed esperienze outdoor con uno stile chiaro e accessibile, cercando di trasmettere il piacere del cammino e della scoperta.
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