
Arrivare al Rifugio Eugenio Sella, a 3.029 metri sul versante orientale del Monte Rosa, non è una semplice gita verso una capanna d’alta quota. È un incontro ravvicinato con una montagna severa, dove il sentiero si fa esile, il terreno diventa instabile e il paesaggio, man mano che si sale, spinge quasi al silenzio. Ho avuto la sensazione, già oltre Roffelstaffel, di entrare in un’altra dimensione: la valle restava lontana, il ghiacciaio di Roffel sembrava a portata di mano e la capanna, appollaiata sul terrazzo roccioso, davvero meritava il soprannome di “nido d’aquila”.
Questo itinerario parla a escursionisti preparati, amanti dell’alta montagna che accettano un ambiente esigente e poco addomesticato. Non si sale per trovare un rifugio custodito, ma un ricovero storico, essenziale, che conserva il sapore dell’alpinismo delle origini e impone rispetto, prudenza e pianificazione accurata.
Il Rifugio Eugenio Sella sorge a 3.029 metri, su un piccolo ripiano roccioso sospeso sopra la testata della Valle Anzasca, nel territorio di Macugnaga, cuore walser del versante orientale del Monte Rosa. Da quassù lo sguardo cade direttamente sul villaggio, sulle morene e sui pascoli che si attraversano nella prima parte del sentiero, mentre alle spalle si alzano le pareti del Nuovo Weissthor e la Cima di Jazzi.
Quando ci si avvicina alla capanna si capisce subito perché da tempo venga chiamata “nido d’aquila”: nessuna strada di servizio, nessun impianto a facilitare l’accesso, solo itinerari d’alta montagna che salgono tra rocce, detriti e vecchie colate glaciali. Il carattere del luogo è duplice: da un lato straordinario punto d’osservazione sul Monte Rosa orientale, dall’altro ricovero minimale, esposto alle intemperie e pensato più come riparo d’emergenza che come classico rifugio escursionistico.
L’ambiente naturale intorno al Rifugio Sella è dominato dal ghiacciaio di Roffel, la cui grande seraccata occupa il centro del paesaggio. La capanna è posta a sinistra di questo imponente fronte di ghiaccio, su un terrazzo roccioso che sembra ritagliato apposta per ospitare un piccolo edificio. Salendo, mi ha colpito la transizione: dai prati punteggiati di larici e rododendri si passa gradualmente alle morene, ai blocchi erratici e alle rocce levigate, segnate dalle antiche lingue glaciali.
La fauna è schiva ma presente: non è raro scorgere camosci sulle pietraie più tranquille, mentre i rapaci sfruttano le correnti del versante per lunghi voli di ricognizione. Qui la montagna racconta con chiarezza i processi che la modellano: frane, colate detritiche, nevai che resistono fino a stagione inoltrata. È un paesaggio bellissimo ma senza compromessi, che non va letto con lo sguardo del turismo mordi e fuggi, bensì con quello di chi conosce i rischi dell’alta quota.
La storia del Rifugio Eugenio Sella comincia nel 1891, quando le sezioni CAI dell’Ossola e di Varallo decisero di creare un punto d’appoggio per gli alpinisti sul versante orientale del Monte Rosa. La capanna fu dedicata a Eugenio Sella, naturalista biellese vicino alla cultura scientifica e montanara dell’epoca, con il sostegno della famiglia Sella e la spinta ideale dell’alpinista valsesiano Angelo Rizzetti. In quegli anni il Club Alpino Italiano stava costruendo una rete di ricoveri che ha segnato l’espansione dell’alpinismo classico.
La montagna, però, non fu indulgente: il 25 gennaio 1955 una valanga staccatasi dal Nuovo Weissthor distrusse l’edificio originario, già provato da decenni di nevicate e gelo. La ricostruzione, supportata da una teleferica che permetteva il trasporto dei materiali, portò all’inaugurazione della nuova struttura nell’ottobre 1957. Dal 2018 il rifugio è interamente di proprietà della sezione CAI di Macugnaga, che lo ha progressivamente trasformato in ricovero non custodito, conservandone il valore storico più che turistico.
L’accesso più noto al Rifugio Sella parte da Pecetto, ultima frazione di Macugnaga. Si attraversa il torrente Anza, si costeggiano cascate e ponticelli e si risale lungo antiche scalinate alpine fino a Barbaluboden, quindi verso l’Alpe Roffelstaffel, intorno ai 1.900 metri. Fino a qui il percorso, segnalato come B38, resta di tipo escursionistico (E), con pendenze importanti ma su terreno generalmente leggibile. Personalmente ho trovato questo tratto faticoso ma “ordinato”, ancora dentro la dimensione del sentiero di montagna classico.
Oltre Roffelstaffel, però, cambia tutto: la difficoltà sale a EE, la traccia si fa incerta, la manutenzione è discontinua e il tratto finale è esposto alla caduta di pietre. Si procede tra detriti, placche levigate, nevai residui e morene che impongono attenzione costante e capacità di orientamento. Il periodo consigliato va in genere da luglio a settembre, ma prima di partire è essenziale verificare meteo, innevamento e indicazioni del CAI locale, valutando con onestà il proprio livello tecnico: qui l’alta montagna non concede margini d’improvvisazione.

Scrittore e redattore web, coltivo una forte passione per il trekking, la natura e la scoperta del territorio. Mi occupo di contenuti digitali e racconto itinerari, luoghi ed esperienze outdoor con uno stile chiaro e accessibile, cercando di trasmettere il piacere del cammino e della scoperta.
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