
La salita al Rifugio Mario Merelli al Coca non è una semplice passeggiata: qui le Orobie Bergamasche mostrano subito il loro carattere più severo. Dal bosco sopra Valbondione il sentiero si impenna quasi senza tregua, puntando verso la Conca dei Giganti, dove si concentrano le cime più alte del massiccio, dal Pizzo Coca al Pizzo Redorta.
La prima volta che ho affrontato questo itinerario ho capito subito che è uno di quei percorsi che chiedono rispetto, gambe allenate e una buona testa. 891 metri, ma chi prosegue verso il Lago di Coca e il Passo di Coca entra in un altro livello di impegno. Rocce, pietraie e un ambiente sempre più alpino trasformano la gita in una vera giornata d’alta montagna, da pianificare con cura fin dal fondovalle.
Il punto di partenza si trova sopra Valbondione, in alta Val Seriana, dove il sentiero CAI 301 entra nel bosco e comincia a salire senza preamboli. Non ci sono lunghe strade forestali o tratti pianeggianti: la montagna qui chiede subito fiato, con un dislivello nell’ordine dei mille metri da affrontare in circa tre ore.
La prima volta che ho messo piede su questo itinerario ho percepito immediatamente la continuità della pendenza. Il tracciato alterna tratti nel bosco, gradoni rocciosi e brevi radure, mentre il torrente Coca resta molto più in basso, quasi invisibile. A circa 2,6 chilometri compare il passaggio chiave: una scala scavata nella roccia, protetta da catene. Non è una ferrata, ma con terreno bagnato e zaino pesante ho preferito procedere con calma, tre punti d’appoggio sempre ben saldi.
L’arrivo al Rifugio Mario Merelli al Coca, a 1.891 metri, coincide con una terrazza naturale affacciata sulla valle. Sapere che il rifugio nacque nel 1919 e che dal 2012 ricorda l’alpinista Mario Merelli aggiunge un tono di rispetto a questo luogo, davvero porta d’ingresso a uno degli ambienti più selvaggi delle Orobie.
Superato il rifugio, la montagna cambia volto in pochi minuti. Il bosco sparisce, le rocce si fanno dominanti e davanti si apre la Conca dei Giganti, dominata dal Pizzo Coca e dalle altre cime maggiori del gruppo. Il Lago di Coca, poco sopra i 2.100 metri, si raggiunge dopo circa 4,5 chilometri complessivi, ma la sensazione è di entrare in un ambiente del tutto nuovo.
Quando ho proseguito oltre il rifugio ho avvertito subito l’aria più sottile e il passo che rallentava sulle pietraie. Erba e larici lasciano spazio a rocce scure, canaloni e pendii che in primavera possono conservare neve insidiosa. È un territorio che invita alla contemplazione, ma anche a tenere alta la concentrazione, soprattutto se il meteo cambia e la nebbia comincia a risalire dalla valle.
Il Lago di Coca è una meta perfetta per chi ha buona preparazione e vuole assaporare l’alta montagna senza spingersi fino al passo. Dal suo specchio d’acqua si percepisce bene il ruolo del rifugio come base per Pizzo Coca, Pizzo Redorta, Punta Scais e Pizzo Porola, itinerari alpinistici che richiedono tutt’altra esperienza rispetto al semplice trekking escursionistico.
Oltre il Lago di Coca, la traccia punta al Passo di Coca, valico a circa 2.645 metri tra il versante bergamasco e la Val d’Arigna, in Valtellina. Qui il trekking cambia davvero categoria: 12,5 chilometri totali, 1.640 metri di dislivello e oltre sette ore di cammino non sono una semplice escursione domenicale.
Quando ho valutato se salire fino al passo, mi sono imposto una domanda onesta: “Ho ancora energie per salire, ma soprattutto per scendere in sicurezza?”. Gran parte del tratto alto si sviluppa su pietraie, tracce a tratti poco evidenti e pendenze che richiedono buon passo sicuro. La traccia segnala più di due chilometri classificati come potenzialmente tecnici o pericolosi: qui esperienza alpina, capacità di orientamento e lettura del meteo non sono optional.
Dal Passo di Coca il panorama si apre verso la Valtellina, il ghiacciaio del Lupo e il Bivacco Corti, ma queste sono mete che appartengono a un contesto ancora più impegnativo. In pratica, l’intero sviluppo fino al passo andrebbe considerato come una seconda escursione dentro la prima, da affrontare solo se allenamento, condizioni del terreno e orario lo permettono davvero.
Su questo itinerario il primo vero bivio è mentale: decidere prima di partire se la meta sarà il Rifugio Coca, il Lago di Coca o il Passo di Coca. Nelle mie uscite in Orobie ho imparato che cambiare obiettivo all’ultimo, spinti dall’entusiasmo, è spesso l’anticamera di errori e rientri al buio. Il rifugio è alla portata di escursionisti allenati e abituati ai sentieri ripidi; il lago richiede qualcosa in più; il passo è un obiettivo per chi ha solida esperienza d’alta montagna.
Prima di mettere gli scarponi conviene verificare apertura del rifugio, bollettini meteo locali e stato dei sentieri presso il CAI di Bergamo o il Parco delle Orobie Bergamasche. In zaino non dovrebbero mancare acqua, guscio impermeabile, strati termici, guanti leggeri, cappello, lampada frontale e una traccia GPS affidabile. In primavera e autunno aggiungo sempre i ramponcini, perché una lingua di neve dura può cambiare completamente le condizioni.
Il ritorno lungo il CAI 301 merita la stessa attenzione della salita: su pendenze forti le ginocchia si affaticano e la roccia bagnata non perdona passi frettolosi. Quando finalmente si rientra nel bosco sopra Valbondione, il dislivello si sente tutto nelle gambe. È il momento in cui il Coca ricorda che non è una montagna da cronometro, ma un itinerario severo da vivere con rispetto, passo dopo passo.

Scrittore e redattore web, coltivo una forte passione per il trekking, la natura e la scoperta del territorio. Mi occupo di contenuti digitali e racconto itinerari, luoghi ed esperienze outdoor con uno stile chiaro e accessibile, cercando di trasmettere il piacere del cammino e della scoperta.
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