
Il trekking da Cartore al Lago della Duchessa è uno di quei giri che restano in testa per giorni, tanto è netto il contrasto tra il borgo quieto di partenza e l’asprezza delle valli che si attraversano. Sin dai primi passi si ha la sensazione di entrare in un ambiente severo, dove il sentiero non regala nulla ma ripaga con panorami cambianti e un silenzio quasi assoluto.
La traccia ad anello di circa 11 chilometri e oltre 900 metri di dislivello chiede fiato, gambe allenate e una buona familiarità con i terreni ripidi, soprattutto lungo la Val di Fua. Quando infine la conca glaciale si apre e il lago compare, incastonato tra prati e ghiaioni, la fatica si scioglie in una lunga sosta contemplativa. È un percorso che consiglio solo a chi ama davvero la montagna e accetta di conquistarsi ogni metro.
L’escursione parte dal piccolo nucleo montano di Cartore, nel comune di Borgorose, sul versante reatino dell’Appennino centrale. Il parcheggio a ridosso del paese e la fontanella in pietra segnano l’inizio del cammino, che si inoltra subito lungo una sterrata verso la Val di Fua. Da qui prende forma un anello di circa 11,1 chilometri e circa 910 metri di dislivello positivo, con quota di partenza attorno ai 950 metri e punto massimo vicino ai 1.800 metri.
Il tracciato principale segue il sentiero CAI 102, classificato EE, che collega Cartore al Lago della Duchessa in circa 4,5 chilometri di salita continua. Personalmente ho percepito la fatica concentrata tutta nella prima metà, tra bosco ripido e passaggi su roccia, mentre il ritorno, pur non banale, scorre più veloce. Non è un giro da improvvisare: la combinazione di pendenza, fondo irregolare e ambiente severo richiede abitudine a itinerari impegnativi e una pianificazione attenta di orari e meteo.
Dopo i primi minuti su sterrata, il percorso si infila nella stretta Val di Fua, dove la pendenza aumenta e le pareti rocciose chiudono l’orizzonte. Il sentiero si arrampica tra gradoni naturali, ciottoli instabili e brevi traversi, con il tratto attrezzato della cosiddetta Catena della Valle di Fua a rendere l’ambiente ancora più severo. Non è una via ferrata, ma qui ho sentito la montagna diventare subito seria: il passo va misurato, lo zaino bilanciato, lo sguardo sempre un po’ avanti.
Superata la valle, il bosco si apre e il paesaggio cambia all’improvviso. Si entra nei pascoli alti degli stazzi delle Caparnie, dove le vecchie strutture in pietra e il rifugio Paris raccontano la lunga storia della monticazione. Da qui, il sentiero si addolcisce e, passo dopo passo, introduce alla conca glaciale che ospita il Lago della Duchessa. Quando ho raggiunto l’affaccio panoramico sopra il bacino, mi sono fermato in silenzio: il lago sembrava quasi nascondersi, protetto da prati, ghiaioni e dorsali calcaree.
Il livello dell’acqua varia sensibilmente nel corso dell’anno, con rive più ampie e sassose nei periodi secchi e un bacino più pieno dopo le nevicate e le piogge. Attorno non è raro incontrare bovini, cavalli e greggi, che sottolineano quanto questo paesaggio d’alta quota sia ancora legato alle attività pastorali tradizionali.
Il Lago della Duchessa si trova al cuore della Riserva naturale regionale Montagne della Duchessa, istituita nel 1990 per proteggere un mosaico di ambienti che spaziano dai boschi di media quota alle praterie d’alta montagna. Il territorio si estende per oltre 3.500 ettari nel comune di Borgorose, abbracciando valloni, creste calcaree e altopiani segnati da secoli di transumanza. Camminando tra gli stazzi e le vecchie costruzioni in pietra, è facile intuire quanto la vita di queste montagne sia sempre stata intrecciata ai movimenti delle greggi.
Le tracce di questa storia sono ovunque: nei muretti a secco, nelle vasche per l’acqua, nelle strutture di monticazione che punteggiano gli altipiani. Oggi la riserva tutela anche habitat di interesse comunitario, inseriti nella Rete Natura 2000, dove trovano spazio specie faunistiche tipiche dell’Appennino centrale. Mentre avanzavo verso il lago, con il vento che arrivava dalle creste, ho avuto più volte la sensazione di attraversare un paesaggio ancora autentico, in equilibrio delicato tra uso tradizionale del territorio e conservazione naturalistica.
La classificazione EE descrive bene l’impegno richiesto dall’anello di Cartore: tratti ripidi, fondo spesso instabile, un passaggio attrezzato e la possibilità di incontrare neve o ghiaccio fuori stagione. Io consiglio di affrontarlo solo con scarponi alti e suola scolpita, bastoncini per scaricare le ginocchia in discesa e una buona autonomia idrica, senza contare troppo sulle fonti delle Caparnie. Una traccia GPS offline è preziosa, perché in alcuni punti la segnaletica si intreccia con varianti e la copertura telefonica è discontinua.
Il periodo più adatto va in genere dalla tarda primavera all’inizio dell’autunno, evitando neve estesa in Val di Fua e temporali pomeridiani che in quota arrivano rapidi. Partire presto permette di salire all’ombra e godersi il lago con più tranquillità. Occorre anche ricordare che l’anello attraversa pascoli utilizzati da mandrie e greggi: meglio aggirare con calma i gruppi di animali, mantenere le distanze dai cani da guardiania e, soprattutto, rispettare le regole della riserva. Ogni rifiuto portato via, ogni traccia evitata fuori sentiero aiuta a preservare questo ambiente severo, che ripaga solo chi lo affronta con rispetto.

Scrittore e redattore web, coltivo una forte passione per il trekking, la natura e la scoperta del territorio. Mi occupo di contenuti digitali e racconto itinerari, luoghi ed esperienze outdoor con uno stile chiaro e accessibile, cercando di trasmettere il piacere del cammino e della scoperta.
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