
L’anello della Val Rosandra è uno di quei percorsi che sorprendono già dal parcheggio: in pochi minuti ci si lascia alle spalle Trieste e ci si ritrova immersi in una gola rocciosa che sembra lontanissima dalla città. La prima volta che l’ho affrontato sono rimasto colpito dal contrasto tra il rumore del traffico alle spalle e il suono del torrente Rosandra davanti a me, incassato tra pareti calcaree e ghiaioni.
Il tracciato, lungo circa 7,3 chilometri per 330 metri di dislivello, richiede passo sicuro e un minimo di allenamento, ma ripaga con un concentrato raro di natura, storia e archeologia industriale. Nel giro di poche ore si cammina accanto a un antico acquedotto romano, si osserva una cascata incastonata nella roccia e si percorre il sedime di una ferrovia dismessa trasformata in pista ciclopedonale.
La Val Rosandra, Dolina Glinščice in sloveno, è una gola carsica che si apre alle porte di Trieste, quasi a ridosso del confine con la Slovenia. Qui il paesaggio urbano svanisce rapidamente e lascia spazio a pareti di calcare bianco, boschi misti, ghiaioni e al torrente Rosandra che ha scolpito la valle nei secoli.
L’itinerario ad anello più frequentato misura circa 7,3 chilometri, con un dislivello nell’ordine dei 330 metri e un tempo di percorrenza medio di 2 ore e 30 minuti, soste escluse. Personalmente, conto sempre almeno tre ore abbondanti, perché tra scorci panoramici, sguardi alla cascata e qualche foto all’acquedotto romano, le pause si moltiplicano da sole.
La difficoltà è classificata come moderata: non è un trekking estremo, ma il fondo spesso roccioso, alcuni tratti in pendenza e le condizioni meteo incidono parecchio. scarpe da trekking con buona aderenza e un minimo di abitudine ai sentieri sono, a mio avviso, indispensabili.
L’anello parte dalla bassa Val Rosandra, nel territorio di San Dorligo della Valle-Dolina, dove si utilizzano esclusivamente i parcheggi consentiti. Uno dei primi riferimenti è la Capanna Mario Premuda, rifugio costruito nel 1933 e legato alla storia dell’alpinismo triestino. Ogni volta che ci passo davanti penso a quanto sia particolare trovare un presidio di montagna a quota relativamente modesta, prova del legame strettissimo fra Trieste e queste pareti di calcare.
Poco oltre compaiono i resti dell’acquedotto romano, uno dei tratti più affascinanti del percorso. Camminare accanto a ciò che resta dell’opera che portava acqua verso l’antica Tergeste cambia prospettiva sulla valle: oggi la cerchiamo per la natura, duemila anni fa era prima di tutto una risorsa idrica da governare con precisione.
Proseguendo lungo il sentiero, il paesaggio si stringe e ci si avvicina ai punti panoramici sulla cascata del Rosandra. A seconda delle piogge il salto d’acqua appare più impetuoso o più discreto, ma il contesto resta sempre scenografico: pareti calcaree, vegetazione che si aggrappa alla roccia e il rumore dell’acqua che riempie la gola.
La Val Rosandra è una finestra privilegiata sul Carso triestino. Rocce calcaree, cavità, pareti e forme di erosione raccontano un ambiente scolpito dall’acqua superficiale e sotterranea. Rispetto ad altri rilievi del Friuli-Venezia Giulia, qui la roccia resta spesso scoperta, creando in alcuni tratti un’atmosfera quasi mediterranea, con vegetazione termofila accanto a boschi più freschi.
Questa varietà di habitat ha contribuito alla tutela della valle come Riserva naturale regionale. Camminando, mi capita spesso di rallentare il passo per osservare piante diverse convivere nello stesso versante, segno dell’incontro tra condizioni climatiche differenti.
Una delle sorprese del giro è l’incontro con la pista ciclopedonale Giordano Cottur, ricavata dal sedime della vecchia ferrovia Trieste-Erpelle. All’improvviso si passa dal sentiero roccioso a un tracciato più regolare, sospeso sopra la valle. Viadotti, rilevati e gallerie ricordano la funzione originaria dell’infrastruttura, oggi riconvertita alla mobilità lenta. Da quassù la vista sulla Val Rosandra cambia completamente, e si percepisce meglio il rapporto tra gola naturale e opere dell’uomo.
Nonostante i numeri contenuti, l’anello della Val Rosandra non va sottovalutato. I 7,3 chilometri e i circa 330 metri di dislivello si sviluppano su tratti a fondo irregolare, ghiaioni e roccia calcarea che, da bagnata, diventa molto scivolosa. Io evito volutamente i giorni successivi a forti piogge e metto sempre nello zaino bastoncini telescopici, utili nelle discese più ripide.
Le stagioni migliori sono primavera e autunno, quando le temperature sono miti e la luce esalta i contrasti tra roccia e vegetazione. In estate vanno considerati caldo ed esposizione al sole nei settori più aperti; in inverno, invece, entrano in gioco vento e basse temperature. L’acqua non deve mai mancare, nonostante la relativa brevità dell’anello.
Trattandosi di una Riserva naturale protetta, è obbligatorio restare sui sentieri segnati, non raccogliere piante e riportare a valle tutti i rifiuti. Prima di partire conviene sempre verificare sul sito ufficiale della Riserva eventuali divieti temporanei o chiusure di tratti, soprattutto dopo eventi meteorologici intensi. Così la Val Rosandra rimane un patrimonio accessibile, ma rispettato, a pochi chilometri dal centro di Trieste.

Scrittore e redattore web, coltivo una forte passione per il trekking, la natura e la scoperta del territorio. Mi occupo di contenuti digitali e racconto itinerari, luoghi ed esperienze outdoor con uno stile chiaro e accessibile, cercando di trasmettere il piacere del cammino e della scoperta.
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