
Ogni volta che torno in Val di Peio ho la sensazione di rientrare in un piccolo laboratorio di alta montagna, dove il ghiaccio ha modellato per secoli vallate, pascoli e pareti rocciose. L’anello del Rifugio Guido Larcher, nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio, è uno di quei percorsi che porto sempre come riferimento quando penso a cosa significhi davvero un’escursione d’alta quota in Trentino.
I suoi 14,1 chilometri e gli 810 metri di dislivello non sono numeri da prendere alla leggera, ma chilometro dopo chilometro regalano una varietà di paesaggi rara: boschi freschi di fondovalle, cascate, ambienti morenici e una lunga sequenza di laghi alpini. È un itinerario classificato difficile, adatto a chi ha già esperienza di trekking, ma che sa ripagare con vedute ravvicinate sui ghiacciai del gruppo Ortles-Cevedale e con un contatto diretto con alcuni degli scenari più autentici dell’alta montagna italiana.
Il punto di partenza di questo anello è il parcheggio di Malga Mare, in fondo alla Val di Peio. Ogni volta che imbocco il sentiero qui, il rumore dell’acqua e il profumo di bosco segnano l’inizio dell’escursione meglio di qualsiasi segnavia. Il tracciato sale deciso fin da subito, ma il fondo è generalmente buono e permette di trovare il proprio ritmo mentre ci si avvicina alla cascata Salt dei Gembri, una delle prime soste “obbligate” per chi ama fermarsi a scattare foto o semplicemente ad ascoltare il fragore dell’acqua.
Superata la cascata, il bosco inizia ad aprirsi e la salita conduce verso Pian Venezia, oltre i 2.200 metri. Qui il paesaggio cambia radicalmente: gli alberi lasciano spazio a prati alpini e ondulazioni moreniche, e per me è sempre il punto in cui sento davvero di essere entrato nell’alta montagna. Davanti si alzano le cime del gruppo Ortles-Cevedale, con le lingue glaciali che iniziano a comparire tra le valli sospese, anticipando il cuore più severo dell’escursione.
Dopo circa quattro chilometri di salita costante, il sentiero porta al Rifugio Guido Larcher al Cevedale, poco sopra i 2.600 metri. L’arrivo qui è sempre un piccolo traguardo personale: alle spalle rimane il bosco lontano, davanti si apre un anfiteatro di rocce, nevai e ghiacciai che domina la conca. Il rifugio è una base storica per escursionisti e alpinisti, e nei mesi estivi l’atmosfera è quella vivace delle grandi traversate, con zaini appoggiati ovunque e mappe aperte sui tavoli.
Dal terrazzo del Larcher la vista sul ghiacciaio de La Mare è uno dei momenti clou dell’itinerario. Mi capita spesso di restare in silenzio a osservare le lingue di ghiaccio e le morene, pensando a quanto sia cambiato questo paesaggio in pochi decenni. I ghiacciai del gruppo Ortles-Cevedale sono tra i più monitorati delle Alpi e, mentre lo scenario rimane spettacolare, non è difficile leggere nei loro profili i segni evidenti del ritiro e delle trasformazioni climatiche in corso.
Lasciato alle spalle il rifugio, il sentiero entra in un ambiente più severo, fatto di pietraie, vecchie morene e pendii dove la vegetazione si fa sempre più rada. È un tratto in cui consiglio passo sicuro e attenzione, soprattutto in presenza di umidità o neve residua. In compenso, è anche la parte che, personalmente, trovo più affascinante: la montagna qui si mostra essenziale, senza filtri.
Il primo specchio d’acqua che si incontra è il Lago Marmotta, un piccolo bacino alpino incastonato tra rocce levigate e pascoli d’alta quota. Poco più avanti appare il Lago Nero, con quelle tonalità scure che, ogni volta, mi colpiscono come se lo vedessi per la prima volta. È uno dei punti più fotografati del percorso, stretto tra conche glaciali e dossi rocciosi. Proseguendo si raggiunge infine il Lago del Careser, invaso artificiale ma circondato da un contesto naturale di grande pregio: il contrasto tra diga e montagne innevate è netto, ma racconta bene anche la lunga storia di convivenza tra uomo e ambiente alpino.
L’anello del Rifugio Larcher misura 14,1 chilometri, con circa 810 metri di dislivello positivo e una percorrenza media di 6 ore. Io lo considero un itinerario impegnativo, più mentale che tecnico, perché si svolge quasi interamente sopra i 2.000 metri, con lunghi tratti su terreno roccioso e morenico. È un percorso adatto a escursionisti con un buon allenamento, capaci di gestire la fatica e i cambi di meteo tipici dell’alta quota.
Il periodo migliore per affrontarlo va generalmente da fine giugno a inizio autunno, quando la neve si è ritirata e il rifugio è operativo. Prima di partire consiglio sempre di controllare il bollettino meteo e le condizioni del sentiero, oltre a non sottovalutare equipaggiamento e riserva d’acqua. Non va dimenticato che ci si muove all’interno del Parco Nazionale dello Stelvio: restare sui tracciati segnalati, rispettare la fauna e mantenere un profilo discreto è parte integrante dell’esperienza. È anche così che questo anello d’alta quota continua a offrire, passo dopo passo, un contatto autentico con la montagna.

Scrittore e redattore web, coltivo una forte passione per il trekking, la natura e la scoperta del territorio. Mi occupo di contenuti digitali e racconto itinerari, luoghi ed esperienze outdoor con uno stile chiaro e accessibile, cercando di trasmettere il piacere del cammino e della scoperta.
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