Ghetto di Roma, trekking urbano nella Capitale

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Sinagoga di Roma - Foto di Genobia rilasciata in CC BY-SA 3.0

Trekking urbano nel ghetto di Roma, un’area incastonata tra il lungotevere Cenci e il Tevere con la sua isola Tiberina, via Arenula, Portico d’Ottavia.

È uno dei posti più suggestivi della Capitale, intriso di memorie, rovine romane, palazzi medioevali e contemporanei e soprattutto quella certa atmosfera di “c’era una volta” che rendono la zona molto gettonata.

Non solo dai turisti in visita, ma dagli stessi romani che ogni tanto vengono qui a camminare, respirarla e a fermarsi in uno dei numerosi locali dove mangiare cibi kosher e della tradizione giudaico-romanesca: certe chicche gustative come i filetti di baccalà, i fiori di zucca ripieni di alici e mozzarella, i croccantissimi carciofi alla giudìa ma… non divaghiamo!

La storia del Ghetto di Roma

Gli Ebrei di Roma, presenti nell’Urbe almeno dal II secolo avanti Cristo e liberi di abitare ovunque, dalla metà del 1500 furono costretti in questa area di circa 3 ettari di estensione, a ridosso del biondo fiume e delle rovine del Teatro di Marcello, secondo le volontà di papa Giulio II, spaventato dalla loro potenziale influenza sui cattolici puri.

A quel tempo c’erano persino mura che imprigionavano la comunità ebraica, la più antica d’Europa dopo quella di Venezia: proprio dalla città lagunare deriva il termine “gheto” che veniva gridato a gran voce nella contrada dove c’era una fonderia dove tutti urlavano “gheto-gheto”, getto getto, intendendo il momento in cui il metallo fuso veniva “gettato” nei relativi contenitori.

Insomma dal 1550 in poi dal ghetto gli Ebrei potevano uscire solo per lavorare, un divieto che terminò nel 1883. In tempi più recenti, la brutta storia ci ricorda le persecuzioni, le discriminazioni razziali e il 16 ottobre 1943, quando solo nel ghetto furono rastrellate dai nazisti oltre mille persone di cui solo 17 ritornarono dai campi di sterminio.

Oggi il carattere gioviale degli abitanti fa compagnia a chi passeggia tutto attorno all’area pedonale attorno alla Sinagoga di Roma, da dove inizia il nostro trekking urbano, dalla durata minima di due ore (sempre indicativa poiché c’è tanto su cui soffermarsi). Scarpe comode, cappello contro il sole o contro il freddo, vestiti a cipolla e via.

Informazioni utili

Lunghezza Circa 1 chilometri
Durata 2 ore
Principali punti attraversati Lungotevere ‘de Cenci, Piazza delle Cinque Scòle, Via Portico d’Ottavia
Livello di difficoltà Facile
Dislivello Irrilevante
Tipologia di itinerario Trekking urbano
Partenza e arrivo Sinagoga di Roma, Ponte Quattro Capi (Isola Tiberina)

Sinagoga di Roma. La partenza

La si riconosce per il suo aspetto imponente, dal delicato colore rosato, dalle molte decorazioni: è la Sinagoga di Roma, costruita nel 1904 dopo che ai Romani Ebrei fu data la cittadinanza del giovane Regno d’Italia. Da qui parte il nostro urban trekking nel cuore della Capitale.

Il suo è uno stile assolutamente eclettico, visto che mescola le tendenze del tempo, un po’ gusto babilonese un po’ gusto Liberty. Parentesi: prima di aggirare letteralmente l’edificio per curiosare su tutte le diverse decorazioni che mostra nei suoi diversi lati, tra cui scritte ebraiche e diverse immagini simboliche, un’occhiata nel palazzo che le sta di fronte, separato da pochi metri di strada-marciapiede, all’angolo tra via del Tempio e Lungotevere Cenci, il Villino Astengo (dal nome dei fratelli proprietari), puro Liberty: guardate in alto, ci sono alcuni affreschi sulle diverse facciate, figure femminili che rappresentano le allegorie di Legge, Giustizia, Scienze, Verità, realizzati dall’artista Giuseppe Zina.

Costeggiando la Sinagoga, superando il lungotevere e dirigendosi verso Piazza delle Cinque Scòle (cioè le altrettante Sinagoghe che erano qui delimitate dalle mura), si può entrare nel Museo Ebraico, in cui ci sono testimonianze della lunga storia ebraica a Roma e non. Si può visitare assieme alla Sinagoga, ma non il sabato, giornata di preghiera ebraica.

A piazza delle Cinque Scòle da vedere la Fontana del Pianto, eretta nel 1500 per dare acqua agli Ebrei come volle Papa Gregorio XIII, su disegno di Giacomo Della Porta.

Qui si trova anche la Chiesa di Santa Maria del Pianto che una volta si chiamava San Salvatore de Caccaberis, circondata da botteghe di fabbricanti di catini e vasi di rame: poi l’immagine della Madonna pianse dopo una violenta rissa tra due giovani e allora si creò la confraternita di Santa Maria del Pianto. L’immagine si conserva nella vicina Chiesa di San Salvatore.

Mantenendo la destra rispetto a Piazza delle Cinque Scòle, ecco che appare il Portico d’Ottavia, costruito in onore della sorella di Augusto abbandonata dal marito Marco Antonio che era impazzito per la regina Cleopatra. Un mix di storia-arte romano-medioevale è sotto i nostri occhi e non può che incantarci.

Tra le rovine di quella che doveva essere una vasta struttura corrispondente alla Piazza del Circo Flaminio, con un portico rettangolare e ambienti dedicati a Giove e Giunone, in particolare tra le colonne superstiti, nel medioevo c’era il mercato del pesce pescato nel vicino Tevere e una chiesa, Sant’Angelo in Pescheria, appunto: ha molte decorazioni che rimandano proprio all’attività dei pescatori e un campanile del 1200.

Tra le case di età diversa che caratterizzano questa area, addossata al propileo del Portico di Ottavia, c’è la cosiddetta Torre Fornicata dei Grassi, costruita con varie rivisitazioni a partire dal XII secolo e in cui sono stati impiegati materiali di origine romana, presi direttamente dalle vicine rovine.

Davanti al portico iniziò il rastrellamento del 16 ottobre 1943.

Lasciando alle spalle le suggestioni del Portico d’Ottavia e l’omonima via, ci si può avviare verso Via Arenula, gustandosi tutti i vicoli e i vicoletti di cui la zona è ricca, come Vicolo della Reginella, che porta a Piazza Mattei (dove c’è la fontana delle tartarughe) e che fino alla fine del 1800 non faceva parte del ghetto: occhio ai decori degli antichi palazzi. Forse si chiama così per la presenza di un antichissimo tempio dedicato a Giunone. Altra stradina tipica pavimentata pure con i sampietrini, i cubetti di trachite che un tempo lastricavano le vie di Roma, è Vicolo Sant’Ambrogio: sembra che qui ci fosse la casa paterna del santo protettore di Milano.

Ritornando sui propri passi, verso Via del Portico d’Ottavia, angolo Vicolo Costaguti, si può vedere la casa quattrocentesca di Lorenzo Manilio il proprietario che vi inglobò una grande fascia con iscrizioni latine sopra il piano terra e frammenti classici di vario soggetto, leone che azzanna un’antilope, cerbiatti e così via.

A proposito di Vicolo Costaguti: da compiere una deviazione verso un tempietto settecentesco di pianta semicircolare e adornato da sei colonne dedicato alla Madonna del Carmine. Qui gli Ebrei erano costretti il sabato a sentire prediche dai Cristiani che li volevano convertire. Ci si arriva attraverso i cosiddetti “trapassi”, pezzi di strade “in galleria”.

A questo punto, dare le spalle al Tempietto e ritornare verso la Sinagoga, sul Lungotevere, dalle parti del ponte Quattro Capi o Ponte Fabricio. Nei dintorni c’è la chiesa di San Gregorio in Divina Pietà, chiamata così in onore di Papa Gregorio Magno che proveniva dalla nobile famiglia Anicia proprietaria di possedimenti in zona e che ai suoi tempi (morì nell’anno 609) difendeva gli Ebrei.

Dal ponte di cui sopra si arriva sull’isola Tiberina dove oggi c’è l’ospedale Israelitico.

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