
Camminare sulle creste dell’Appennino significa scoprire una montagna meno appariscente delle Alpi, ma spesso sorprendentemente esposta. Su questi crinali, dove i boschi lasciano spazio a praterie e pietraie, la sensazione di “vuoto sotto i piedi” arriva all’improvviso: un attimo prima sei nel bosco, quello dopo il paesaggio si apre su vallate che sembrano non finire mai. Nei miei trekking tra Sibillini, Abruzzo, Campania ed Emilia-Romagna ho trovato un filo comune: la cresta come linea sottile tra due mondi, con il vento che cambia direzione a ogni passo.
Ogni tratto racconta un volto diverso dell’Appennino: i grandi altipiani calcarei, le faggete profonde, le dorsali erbose oltre i duemila metri. Ma ovunque valgono le stesse regole: scegliere l’itinerario giusto, rispettare parchi e ordinanze, trattare con prudenza meteo e orientamento, che qui contano più dei numeri scritti sulla carta.
L’Appennino percorre l’Italia per oltre mille chilometri e, anche se non raggiunge le quote delle Alpi, sulle sue creste sa diventare sorprendentemente severo. dorsali erbose, pareti calcaree, faggete e versanti che superano i 2.000 metri disegnano un mosaico variabile di ambiente e difficoltà. Molti sentieri permettono di camminare a lungo con vallate aperte su entrambi i lati, spesso senza alberi e con pochissimi ostacoli visivi.
Nel mio giro fra crinali ho trovato quattro aree perfette per capire quanto l’Appennino possa cambiare da regione a regione: la cresta del Monte Redentore sui Sibillini, i crinali del Gran Sasso, la dorsale del Monte Terminio in Campania e il Monte Cusna nell’Appennino reggiano. Questi trekking non sono tutti estremi, ma condividono la stessa esigenza di preparazione: studiare tracce e cartografia, verificare segnaletica, condizioni meteo ed eventuali ordinanze. Sulle creste, infatti, vento, nebbia e temporali sono spesso il vero problema, ben più del dislivello indicato sulla carta o della quota massima raggiunta.
Il Monte Redentore, nel cuore dei Sibillini, tocca i 2.448 metri e domina la Piana di Castelluccio da un lato e il sistema montuoso dall’altro. La prima volta che sono salito in cresta partendo da Forca di Presta, ho sentito letteralmente il bosco svanire sotto i piedi: a ogni metro gli alberi lasciavano spazio a prati e pietraie, finché il paesaggio è diventato un anfiteatro aperto su chilometri di catena appenninica. Qui la sensazione di esposizione nasce più dall’orizzonte infinito che dai precipizi.
Essendo all’interno del Parco nazionale dei Monti Sibillini, è fondamentale aggiornarsi su regolamenti, accessi e viabilità, ancora influenzati dagli effetti del sisma del 2016. Sulla cresta, il vento può trasformare una gita tranquilla in una giornata impegnativa e, quando arriva la nebbia, il panorama si spegne in pochi minuti.
Sul Gran Sasso, settore più elevato dell’Appennino con il Corno Grande a 2.912 metri, la parola d’ordine è precisione. Toponimi simili, come il citato “Monte Scalelle”, possono creare confusione: qui non improvviso mai e scelgo l’itinerario di cresta solo dopo aver consultato cartografia aggiornata, sito del Parco e indicazioni CAI. I sentieri escursionistici possono correre vicini a tratti molto più tecnici, dove roccia, esposizione e orientamento richiedono esperienza. In quota, il meteo conta quasi più del dislivello: temporali pomeridiani, vento e neve residua in primavera o autunno possono cambiare rapidamente le condizioni di qualsiasi trekking panoramico.
Il Monte Terminio, nell’Appennino campano, appartiene ai Monti Picentini e arriva a circa 1.800 metri. Qui l’atmosfera è diversa: il bosco di faggi è protagonista e spesso mi sono ritrovato a camminare immerso nell’ombra, con solo qualche radura a spezzare il ritmo. Il substrato calcareo crea doline, inghiottitoi e pianori carsici, dettagli che rendono il paesaggio affascinante ma a tratti insidioso.
La definizione di “dorsale del Terminio” non indica un unico trekking: esistono più accessi, varianti e sviluppi, tutti all’interno del Parco regionale dei Monti Picentini. Nelle faggete l’orientamento diventa meno intuitivo, soprattutto con nebbia o scarsa visibilità: utilizzo spesso una traccia GPS, ma solo come supporto a carta e segnaletica. Dopo la pioggia il terreno può essere fangoso e scivoloso, mentre in inverno neve e ghiaccio cambiano radicalmente l’impegno della salita.
In Emilia-Romagna, il Monte Cusna (2.121 metri) è una delle sagome più riconoscibili dell’Appennino settentrionale. Dal versante di Febbio ho seguito una lunga dorsale dove le faggete, salendo, lasciano posto alle praterie sommitali: è qui che il trekking diventa una vera camminata di cresta, con il panorama che spazia sul Parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano e sulla pianura. Anche senza grandi pareti, non sottovaluto mai il Cusna: vento, nebbia e neve tardiva possono rendere un anello molto più impegnativo del previsto.
Questi quattro trekking di cresta mostrano volti molto diversi dell’Appennino, ma richiedono attenzioni simili. Il primo passo è sempre scegliere un itinerario preciso, appoggiandosi a cartografia escursionistica aggiornata, guide affidabili e informazioni ufficiali dei parchi e delle sezioni CAI. Diffido delle descrizioni generiche e, se un toponimo non è chiaro, lo considero un campanello d’allarme.
Controllare meteo e bollettini prima di salire in quota è fondamentale: sulle creste il vento può essere violento, la nebbia azzerare in pochi minuti la visibilità e i temporali trasformare crinali innocui in zone da evitare. In primavera e autunno, neve e ghiaccio residui cambiano radicalmente il livello di difficoltà.
A livello di attrezzatura, consiglio scarponi tecnici, strati antivento e antipioggia, cappello, guanti leggeri anche in estate, frontale e una buona scorta d’acqua. Una traccia GPS è utile, ma non sostituisce bussola e capacità di leggere il terreno.
Infine, ricordiamo che molti di questi trekking si svolgono in aree protette: rispettare sentieri, regolamenti e fauna è parte integrante dell’esperienza. Il vero panorama, sulle creste dell’Appennino, è quello che ci lasciamo alle spalle senza averlo rovinato.

Scrittore e redattore web, coltivo una forte passione per il trekking, la natura e la scoperta del territorio. Mi occupo di contenuti digitali e racconto itinerari, luoghi ed esperienze outdoor con uno stile chiaro e accessibile, cercando di trasmettere il piacere del cammino e della scoperta.
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