
Nel cuore selvaggio delle Alpi Apuane, dove il marmo incontra i boschi ripidi della Garfagnana, l’aria di montagna nasconde un segreto che non vedrai mai camminando in cresta. Sotto il versante settentrionale del Monte Tambura si apre l’Abisso Paolo Roversi, la grotta più profonda d’Italia: un mondo verticale di pozzi, fiumi sotterranei e sale immense che gli speleologi esplorano da oltre quarant’anni. Come trekker, qui ti muovi in superficie, tra crinali affilati, doline e paesaggi carsici, sapendo che sotto i tuoi passi la montagna sprofonda per oltre un chilometro e trecento metri.
Non è una grotta turistica, né una meta “da provare” senza preparazione: l’accesso è riservato a squadre speleologiche esperte. Ma conoscere la sua storia, la geologia della Carcaraia e gli itinerari escursionistici intorno al Tambura permette di leggere questo angolo di Toscana con occhi diversi, consapevoli di ciò che accade nelle viscere della montagna.
L’Abisso Paolo Roversi si apre nel settore della Carcaraia, sul versante settentrionale del Monte Tambura, nel comune di Minucciano, in provincia di Lucca. Siamo nel cuore del Parco regionale delle Alpi Apuane, fra crinali di marmo, pascoli sospesi e pareti che ricordano paesaggi alpini più che l’idea classica di Toscana collinare.
L’ingresso, a circa 1.710 metri di quota, è una cavità discreta, incassata in una depressione non lontana dal Passo della Focolaccia. Nessun portale scenografico: solo rocce fessurate, doline e lastre calcaree che lasciano sprofondare l’acqua in profondità. Qui inizia un sistema sotterraneo con 1.350 metri di dislivello complessivo e circa 4,2 chilometri di gallerie conosciute, fatto di pozzi verticali, fratture e grandi sale. Per chi ama il trekking, la montagna sopra l’abisso offre panorami aperti verso la Garfagnana e il mare, ma anche un contatto diretto con uno dei paesaggi carsici più complessi dell’Appennino.
Sotto la superficie accidentata della Carcaraia, l’Abisso Paolo Roversi precipita attraverso una successione di pozzi e gallerie modellati dall’acqua nelle rocce carbonatiche delle Apuane. L’ambiente più impressionante è il Pozzo Mandini, o Black Hole: circa 310 metri di verticale continua, uno dei pozzi naturali più profondi d’Italia, inserito in un sistema di fratture che incide la massa dolomitica del Monte Tambura.
Accanto ai grandi salti verticali, la grotta ospita vasti ambienti di crollo e sale che raggiungono decine di metri in altezza e larghezza. Tra un pozzo e l’altro scorrono fiumi sotterranei alimentati dalle precipitazioni che scompaiono nelle doline della Carcaraia. Traccianti colorati hanno dimostrato che parte di quest’acqua riemerge alla sorgente del Frigido, sopra Massa, dopo circa 4,5 chilometri in linea d’aria. Per gli speleologi, l’abisso è un laboratorio naturale di idrogeologia; per chi cammina fuori, un promemoria potente di quanto sia profonda la montagna sotto ogni passo.
La storia recente dell’Abisso Paolo Roversi comincia nel 1977, quando il Gruppo Speleologico Bolognese individua l’ingresso e avvia le prime discese. Nel 1979 viene raggiunto un primo fondo a circa 755 metri sotto l’imbocco: abbastanza per capire che si tratta di una cavità eccezionale nel panorama speleologico italiano.
Negli anni Ottanta entrano in gioco anche gruppi stranieri, in particolare polacchi, che trovano nuovi passaggi e approfondiscono la rete di gallerie. Una svolta arriva nel 1994: il Gruppo Speleologico Fiorentino, con speleologi bresciani, raggiunge il sifone terminale a circa 1.250 metri di profondità. Successive risalite interne, esplorate nel 2001, portano il dislivello complessivo a 1.350 metri.
Nel 2014 una spedizione di 18 speleologi torna nel settore più profondo, restando tre giorni all’interno della montagna. Lo speleosub Luca Pedrali spinge l’esplorazione oltre il sifone, confermando l’estrema complessità del sistema. Oggi l’abisso resta un cantiere di ricerca vivo, più che un record da classifica.
Per chi ama il trekking, la zona dell’Abisso Paolo Roversi è una meta affascinante ma da approcciare con realismo. La cavità non è una grotta turistica: accesso, progressione e permanenza sono riservati a speleologi esperti, con competenze su corde, progressione verticale, gestione dell’acqua e logistica di campi sotterranei. Entrare senza preparazione è semplicemente fuori discussione.
L’esperienza consigliata ai camminatori è restare in superficie e scoprire l’area tra Gorfigliano, Campocatino, il Passo della Focolaccia e il Monte Tambura, seguendo sentieri CAI aggiornati e consultando le indicazioni del Parco regionale delle Alpi Apuane. I pendii sono ripidi, spesso privi di vegetazione, con terreno instabile e tratti esposti: servono buon allenamento, prudenza meteo e orientamento.
Chi vuole avvicinarsi in sicurezza al mondo sotterraneo apuano può scegliere visite guidate nell’Antro del Corchia, sistema distinto e attrezzato, oppure partecipare ad attività introduttive con gruppi speleologici locali, senza improvvisare esplorazioni autonome.

Scrittore e redattore web, coltivo una forte passione per il trekking, la natura e la scoperta del territorio. Mi occupo di contenuti digitali e racconto itinerari, luoghi ed esperienze outdoor con uno stile chiaro e accessibile, cercando di trasmettere il piacere del cammino e della scoperta.
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